ALEXANDER LANGER, UN RICORDO, UNA TESTIMONIANZA

Il 3 luglio ricorre il ventennale della scomparsa di Alexander Langer, un ambientalista, pacifista, intellettuale nato in territorio italiano ma europeo per cultura e formazione. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente “Alex” quando era ancora un giovane professore di Storia e Filosofia, venuto a Roma dall’Alto Adige nel 1975 per dirigere il quotidiano Lotta Continua. Da professore, fu assegnato ad un liceo scientifico della periferia romana, al Tuscolano. Lì, quando avevo 15 anni, ebbi l’opportunità di conoscerlo e di apprezzare i suoi insegnamenti. Non erano insegnamenti qualsiasi: Alex era una persona particolare, profonda, interiormente ricca, fuori dagli schemi  e non conformista, in un periodo, quello degli anni di piombo, in cui il conformismo dominava anche a sinistra. Era un uomo libero, lui, di sinistra radicale – uso una dizione odierna - ma cristiano, e anche collaboratore di don Milani, non ebbe timore di sfidare quel conformismo e cercò nuove strade di dialogo, anche con la Chiesa sulle questioni etiche. Dialogo difficile, persino impossibile in anni di contrapposizioni violente, ma Alex era fatto così: costruttore di ponti, cercatore di dialogo, anche quando il dialogo sembrava interrotto e senza speranza.

 Alex parlava di ecologia e ambiente in un periodo in cui ancora ne parlavano in pochi. Parlava di conversione ecologica mentre a sinistra ci si dilaniava tra istanze pseudo-rivoluzionarie e riformiste. Lui, direttore di Lotta Continua, parlava di budget ambientale – tema cruciale sulla limitatezza delle risorse, che solo da poco ha trovato spazio nei testi ufficiali – mentre nelle strade e sui giornali infuriavano battaglie puramente ideologiche e sterili, estenuanti, inutili dibattiti. Alex aveva capito prima di altri che lo sfruttamento dei lavoratori e quello incontrollato delle risorse naturali avevano una origine comune e la costruzione di una società più giusta non poteva prescindere dall’affermazione della necessità di uno sviluppo sostenibile.

Mentre Alex parlava di Kant, Hegel e di pace nel mondo, di fuori, a Roma e anche a pochi passi dal Liceo ove insegnava, infuriava una sorta di guerra civile tra opposti estremismi e risuonavano colpi di pistola e di mitragliatrice.

Alex Langer non era un uomo qualsiasi, era uno pieno di idee che però riteneva valide solo se riusciva a trasformarle in fatti concreti. E si faceva carico lui stesso degli oneri delle sue idee, si spendeva in prima persona per attuarle. Alex era l’uomo della Fiera delle Utopie Concrete, che ancora oggi in suo nome a Città di Castello produce progetti e belle iniziative.

Fu tra i fondatori dei Verdi in Italia, e poi in Europa, e con i Verdi diventò parlamentare europeo; tuttavia non amava i recinti e gli steccati, e i confini politici che imponeva anche un piccolo partito, pertanto propugnava l’idea che l’ambientalismo uscisse dal suo cerchio ristretto e diventasse fecondo, andando a contaminare altri partiti, a iniziare dalla sinistra, da quel Pds di cui, con una certa sfacciataggine, osò persino candidarsi segretario.

Era una persona intensamente viva, eppure Alex, il 3 di luglio del 1995, decise di lasciare questo mondo. Lo fece di sua volontà, con un suicidio ancora oggi incomprensibile per la maggior parte delle persone che lo hanno conosciuto. Secondo molti, quell’atto scaturì dal profondo sconforto per aver visto con i suoi occhi, non solo da privato, ma anche da rappresentante del Parlamento europeo, la tragica, efferata brutalità della guerra civile nell’ex Jugoslavia. Alex Langer, che in Alto Adige aveva sempre rifiutato di scrivere nel censimento la sua appartenenza etnica – cosa che lo sconvolse e gli costò una mancata elezione, una richiesta indegna per l’Italia, eppure obbligatoria in Alto Adige - si trovò immerso in una guerra in cui le fazioni si dividevano per etnia e appartenenza religiosa. Lui, costruttore di ponti tra le civiltà e le culture, vedeva i ponti crollare. Non solo metaforicamente: nel 1993 fu distrutto a colpi di cannone il ponte quattrocentesco ottomano di Mostar, costruzione storica che aveva l’unica colpa di congiungere la parte croata con quella musulmana della città. Figurarsi Alex, inviato lì a vedere quello scempio, quell’esempio della cupa scelleratezza dell’animo umano. Lui, pacifista, arrivò al punto da invocare l’intervento militare, lasciando stupefatti i suoi amici e compagni. Edo Ronchi, che era con Langer nei Verdi, racconta che al loro sconcerto Alex rispose usando le parole di Gandhi: “Se vedi tua sorella che sta per essere violentata e non intervieni, non sei un non violento, sei un vigliacco”.

Alex era uno che si faceva carico dei problemi, che lasciava che gravassero su di sé, anche quando non erano soltanto suoi, che poneva sulle sue spalle il peso delle sconfitte, anche quando non erano soltanto sue; di certo, secondo chi lo conosceva, avrà percepito la tragedia in Jugoslavia anche come un suo fallimento. E poi ci fu quel mutamento repentino della scena politica italiana, la corruzione testimoniata dall’inchiesta di Mani Pulite, il crollo dei partiti tradizionali e l’avvento di un personaggio, Berlusconi, che portava con sé un sistema di potere di cui Alex Langer intuì il rischio. Evidentemente, tutte questi avvenimenti messi insieme superarono la soglia di sopportazione, e il peso sulle sue spalle diventò a un tratto insostenibile e insopportabile.

Alex come ultimo messaggio ci ha lasciato un biglietto che dice: “Continuate in ciò che è giusto".

Per chi non ha conosciuto Alexander Langer, di lui oggi restano i suoi testi, non sempre sistematici, talvolta frammenti, registrazioni di suoi interventi, ma raccolti con amore dalla Fondazione che porta il suo nome. Sono tutti testi ancora attuali, freschi, vivi e lungimiranti. Già negli anni ’80 aveva intuito il problema di un mondo sempre più multi-etnico con le tensioni che ciò avrebbe causato; aveva previsto i danni di un rinascente liberismo, e di una società improntata alla sola competizione economica, priva di valori. Il suo testo più famoso è quello in cui parla della Forza, Velocità, Altezza in contrapposizione con i più sani principi della Soavità, Lentezza e Profondità. I tempi odierni, spesso così grevi, avrebbero bisogno proprio di soavità, di gentilezza, di cura nelle cose, da fare seriamente, fino in fondo, studiando i problemi e cercando soluzioni. La velocità non fa bene alla qualità, e certi annunci affrettati, anche in politica, possono essere controproducenti. Di uno come Alex, delle sue lezioni, delle sue idee folgoranti, delle sue intuizioni, la politica italiana avrebbe ancora tanto bisogno.

Di Pierluigi Adami