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L’intervento di Fabrizio Vigni alla Direzione nazionale del PD

Pubblicato da serena.alessandrelli il 14 gennaio 2011

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Intervento di Fabrizio Vigni, presidente nazionale Ecologisti Democratici

Direzione nazionale PD, 13 gennaio 2011

 E’ stata una vittoria di Pirro, quella di Berlusconi nel voto di fiducia del 14 dicembre? Dipende. Se Pirro divenne così celebre, suo malgrado, è perché i romani furono capaci  di  approfittare al meglio delle circostanze. Plutarco lo racconta con parole che ci rimandano qualche suggerimento interessante: Pirro “aveva perso gran parte delle forze che aveva portato con sé, quasi tutti i suoi migliori amici e i suoi principali comandanti” e “non c’erano altri che potessero essere arruolati”; mentre “ dall’altra parte (…) il campo romano veniva riempito rapidamente e a completezza di uomini freschi, per niente abbattuti dalle perdite sostenute, ma capaci di raccogliere nuove forze, e nuova risolutezza...”

Il problema dell’Italia è che di fronte al declino della parabola berlusconiana il campo del centrosinistra  non è apparso ancora in grado di mettere in campo una alternativa di governo forte e vincente.

Berlusconi può provare ad “arruolare” qualcuno, con i metodi che sappiamo: ma è comunque in grande difficoltà. Potrebbe essere davvero la vittoria di Pirro, la sua. Dipende da cosa succede nell’altra parte del campo, il nostro. Da come saremo capaci di raccogliere nuove forze e dimostrare nuova risolutezza.  Da come sapremo riempire rapidamente il nostro campo: prima di tutto con un progetto per l’Italia. Che è qualcosa di più di un insieme di misure. E’ un’idea dell’Italia, di dove vogliamo portarla. Prima questo: il nostro profilo, la nostra proposta. Poi le alleanze e la leadership. Non il contrario.

Non possiamo stare al gioco “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, definirci in funzione delle alleanze. Noi siamo il PD: il partito nato per essere la casa comune dei riformisti, per dare voce al riformismo del 21° secolo, per cambiare l’Italia. Se non facciamo bene questo mestiere qui, qualunque alleanza – che sia con SEL e IDV, o con l’UDC e il terzo polo – ha una infinità di  effetti collaterali indesiderati.  

Un progetto per l’Italia del 2020 – perché come ha detto Bersani, sono d’accordo, il nostro progetto deve avere lo sguardo lungo, un orizzonte di almeno un decennio - non può essere la ripetizione di cose già scritte nei programmi di  5 o 10 anni fa. Neppure del programma del 2008. Perché c’è stata (c’è) la crisi. Perché è finito un mondo. Perché serve un riformismo nuovo. Posso dire che certe nostre discussioni – tra chi pensa di tirare la corda un  po’ più a sinistra e chi un po’ più al centro – hanno troppo spesso l’odore di certe vecchie fotografie ingiallite ritrovate in soffitta? Possiamo confrontarci un po’ di più nel merito?

Due esempi.

Primo: rimettere in moto l’economia è la priorità. Tornare a crescere. Bene: ma quale crescita? C’è ancora qualcuno che pensa che da questa crisi si uscirà rimettendo prima o poi tutto sugli stessi binari di prima? Posso dirlo con le parole di Padoa Schioppa (uno dei suoi ultimi scritti)?  “La crescita in sé non dovrebbe essere un obiettivo assoluto. Bisogna parlare di crescita sostenibile: quella pre-crisi non lo era, perché poggiava su debiti  crescenti e finanza avventurosa. Ora dobbiamo cercare un percorso diverso, che tenga conto anche della sostenibilità ambientale e delle disuguaglianze sociali. Pensare che drogare il PIL sia l’unico modo per tornare a creare posti di lavoro può essere sbagliato”.

Ora: puntare sull’economia verde come stanno facendo sempre di più i riformisti (e non solo) in buona parte del mondo, e una parte crescente delle imprese anche in Italia, è una cosa che sta più “a sinistra” o più al “centro”? Non lo so: nelle vecchie carte geografiche della politica del ‘900 non era segnalata. So però che questa è una delle sfide più importanti per il futuro dell’Italia. E che il PD deve farla propria.

La vicenda Fiat, ad esempio, non ci chiama – oltre che a misurarci con il tema  di come si riorganizzano le relazioni industriali nell’economia globalizzata – anche a dire quale idea abbiamo del futuro dell’industria dell’auto? Tre alti dirigenti della Renault sono finiti sotto accusa per aver rivelato ai cinesi segreti industriali sull’auto elettrica. E la Fiat? Quali sono i progetti industriali della Fiat sulla frontiera decisiva dell’innovazione ecologica? Ad oggi non è dato saperlo. Ma davvero la produttività si gioca sulla pausa pranzo? Sulla riduzione dei diritti dei lavoratori? E allora perché la più grande azienda cinese di elettrodomestici è venuta a produrre i suoi frigoriferi vicino a Padova, applicando il contratto nazionale, motivando la sua scelta con il valore del design italiano e della ricerca della qualità tecnologica?

In altre parole: la competitività dell’economia italiana va cercata nella riduzione dei diritti e dei salari  – strada sbagliata e illusoria – o nell’innovazione, nella ricerca, nella qualità delle produzioni? E’ un problema che riguarda le imprese, ma prima ancora la necessità di politiche industriali adeguate.

Secondo esempio. I dati ci dicono che l’Italia ha un grande problema di disuguaglianze sociali – quel 10% di italiani che detiene il 45% della ricchezza, a fronte del 50% che possiede il 10% - ma anche un abnorme squilibrio tra ricchezza privata e miseria pubblica.

La ricchezza patrimoniale delle famiglie italiane (mediamente) è più alta che in Francia, Germania, Giappone, Canada; è pari all’88% della ricchezza delle famiglie americane. Ma a questo fa fronte un crescente degrado del capitale sociale, dei beni pubblici.

Siamo tra i primi al mondo per telefonini, ma gli alunni devono portarsi la carta igienica perché le scuole non hanno soldi. Per le strade di Roma circolano auto non meno di lusso che a Parigi o Berlino, ma i trasporti pubblici lì funzionano e qui no. Le  vetrine da noi non sono meno luccicanti, ma le nostre strade sono molto più scassate e sporche. E via dicendo.

I problemi dell’Italia sono tre: primo, abbiamo smesso di produrre nuova ricchezza, non teniamo il passo; secondo, la ricchezza esistente è distribuita in modo ingiusto; terzo, a ricchezza privata si contrappone, per così dire,  povertà pubblica.

La sfida riformista, allora, non è solo far crescere (bene) l’economia e  ridurre le disuguaglianze nella distribuzione del reddito. E’ anche trovare un nuovo equilibrio tra consumi privati e beni comuni: istruzione, salute, ambiente, trasporti, infrastrutture, qualità urbana. Insomma, un’idea di nuova civilizzazione dell’Italia. E non è solo un questione di maggiori investimenti pubblici: tema complicato, peraltro, vista la montagna di debito pubblico che ci portiamo sulle spalle. E’ una sfida legata anche alla necessità di un nuovo civismo, alla sussidiarietà, alla coesione sociale;  ed a nuovi stili di vita, ad una diversa idea di benessere – meno sprechi e più qualità dei consumi. Bene: questo qui è un tema che ci colloca un po’ più “a sinistra” o un po’ più “al centro”? Non lo so. So però che può indicare agli italiani – cittadini spaesati di una paese che non sa dove andare – un futuro desiderabile.

 So che il riformismo vero non è moderatismo: è quello che cambia le cose in profondità. E che se vogliamo portare l’Italia oltre il berlusconismo abbiamo bisogno di coraggio, di innovazione, di solidissima cultura di governo – senza demagogie, senza ideologismi, senza derive populiste – capace però di cambiare radicalmente le cose e di evocare futuro.

Un’ultima cosa. Nella prossima primavera si svolgeranno i referendum su nucleare ed acqua. E’ bene che il PD decida rapidamente come stare in campo. Non siamo stati tra i promotori, e sappiamo quanto usurato – a rischio boomerang, visto che da 16 anni non si raggiunge il quorum – sia lo strumento referendario. Ma ci piaccia o no i referendum ora ci sono. Io penso che il PD debba stare in campo: con il proprio autonomo punto di vista di grande partito riformista, ma stare in campo.

Per dire no al nucleare: non per motivazioni ideologiche, ma in nome di una politica energetica molto più innovativa e realistica per l’Italia. Per affermare il valore dell’acqua come bene comune, in nome di una visione di governo della risorsa idrica (che il PD ha tradotto in una proposta di legge presentata in Parlamento) che punta a rafforzare la programmazione e la regolazione pubblica, la trasparenza e l’efficienza della gestione industriale (quale che sia la natura, pubblica o privata, delle aziende), gli investimenti per la modernizzazione delle infrastrutture e per la tutela di un prezioso bene ambientale.

Fabrizio Vigni