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Paesaggio urbano e unità nazionale

Pubblicato da il 30 marzo 2011

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 Intervento di Walter Tocci al convegno del PD toscano: Democrazia e Paesaggio, Fiesole, 11-12-2020.

 

 E’ stimolante pensare la relazione tra paesaggio urbano e unità nazionale. Ciascuno dei due termini si comprende meglio quando viene pensato in funzione dell’altro. Nella relazione, infatti, il paesaggio esce dallo specialismo territoriale ed emerge come problema storico della modernizzazione italiana, mentre l’unità nazionale si libera dall’idealismo e acquista un riferimento materiale, mettendo, per così dire, i piedi per terra.

Le celebrazioni del 150° anniversario eviterebbero lo slittamento retorico se si occupassero di più dell’impronta fisica che lo Stato ha impresso nel suolo italiano. Nell’Ottocento il biglietto ferroviario, la pagella scolastica e la cartolina di leva annunciarono la raggiunta unità nazionale a molti italiani. In tal modo essi presero contatto con i nuovi presidi territoriali di quell’idea risorgimentale: la ferrovia, la scuola e la caserma. Furono tre grandi innovazioni statali che cambiarono la vita concreta dei cittadini. A distanza di tanto tempo sono diventate cose normali, hanno perduto l’aura nazionale. Ma c’è da domandarsi se quei presidi statali possano essere rielaborati nell’Italia di oggi, se possano ridiventare luoghi dell’innovazione sociale e territoriale. Ecco un modo concreto per celebrare il 150° rivolgendosi alla vita quotidiana degli italiani.   

Celebrare vuol dire però ripensare ciò che è stato, per capire ciò che sarà. Ad esempio, mai come oggi sarebbe necessario un grande rilancio della politica ferroviaria su scala locale. C’è grande bisogno di una cura del ferro nelle regioni e nelle città italiane, un programma di investimenti ambizioso, almeno quanto quello dell’alta velocità, per ristrutturare le vecchie ferrovie locali, facendone gli assi portanti di moderne reti di trasporto integrate tra bus, metropolitane e tram. Su queste basi strutturali si potrebbero sviluppare nuove politiche territoriali, per dare una nervatura a quel pulviscolo edilizio cresciuto negli hinterland e per creare intorno alle stazioni nuovi poli di crescita della green economy.

Ripensiamo anche le caserme costruite dai piemontesi fuori le mura delle città ottocentesche. Oggi sono luoghi semicentrali rispetto alle vaste conurbazioni prodotte dall’espansione novecentesca. Si potrebbe invertire la tendenza trasformandole in nuovi quartieri residenziali. Da vent’anni le famiglie più povere e i giovani sono andati ad abitare nell’hinterland continuando però a lavorare in città. Realizzare edilizia popolare nelle caserme sarebbe il simbolo di una nuova urbanistica che riporta la residenza in città - come volano di qualità urbana - invece di continuare a consumare il territorio.

E poi le scuole: stiamo difendendo il tempo pieno, ma sarebbe necessario tenere gli edifici scolastici aperti giorno e sera, non solo per i nostri ragazzi, ma anche per arricchire le competenze degli adulti e per preparare la popolazione al nuovo mondo della conoscenza. La scuola, quindi, come laboratorio di cura del territorio, di sperimentazione e di promozione di nuovi stili di vita. La green economy non è soltanto una questione di pannelli solari, significa prima di tutto green society, cioè nuove pratiche sociali che si diffondono mediante formazione, saperi e tecnologie. I nuovi edifici scolastici dovrebbero costituire la più preziosa infrastruttura della conoscenza del 21esimo secolo.

Questa rielaborazione dei presidi territoriali ottocenteschi richiede una riflessione più essenziale sul rapporto tra Stato e città nell’unità nazionale. Se guardiamo a volo d’uccello alle trasformazioni ottocentesche e novecentesche delle nostre città non possiamo che dare ragione a Benedetto Croce, quando diceva che le cose migliori gli italiani le hanno realizzate prima di darsi uno Stato. Occorre anche riconoscere, però, che la macchina statale ha modificato le strutture urbane con una velocità maggiore rispetto ad altri paesi europei. Ciò che si fatto da noi in 150 anni gli altri lo hanno diluito nel corso di almeno tre secoli. Ciò ha conferito un carattere impetuoso alla trasformazione urbana postunitaria in netto contrasto con la lentezza e l’indugio che furono caratteristiche non secondarie nella creazione di quel capolavoro del paesaggio italiano del ’300 e del ’400, descritto da Sereni e qui richiamato dall’intervento di Manciulli. La trasformazione urbana non ha agito come un fiume che scorre lentamente attraverso le sue anse, ma come un torrente vorticoso che travolge gli argini e procura inondazioni nel territorio circostante. Ci sono state almeno tre grandi inondazioni: la rottura delle mura antiche nell’Ottocento, l’espansione nelle grandi periferie del secondo dopoguerra e la dispersione negli hinterland degli ultimi 20 anni.

Questi tre grandi salti di scala sono stati realizzati con il primato del principio speculativo e con deboli strumenti regolativi pubblici. Di tutto ciò oggi paghiamo gli effetti, anche se con esiti molto differenziati nelle diverse aree del paese. Al Sud è prevalsa una trasformazione urbana prestatuale dominata dall’abusivismo e dall’illegalità. Al Nord si è affermata una forma urbana poststatuale, costituita da un pulviscolo di villette e capannoni e prodotta da un’economia che avendo la testa altrove – nei flussi globalizzati - non si cura più del territorio nel quale nonostante tutto affondano le sue radici.

Solo al Centro Italia è visibile un paradigma territoriale che potremmo definire propriamente statuale, se ci intendessimo su questo termine. Nella bellezza della Toscana non è rintracciabile un grande contributo dello Stato inteso come amministrazione, ma c’è l’impronta della statualità intesa come insieme di valori condivisi nell’organismo sociale. La cultura repubblicana della Toscana, dell’Umbria e delle Marche ha preservato nella modernizzazione il capolavoro del paesaggio italiano. Dove sono più forti i valori costituzionali è meglio curato il territorio, perché la tutela del paesaggio non è garantita solo dalla norma esplicita dell’articolo 9, ma più essenzialmente dallo spirito stesso della Carta. E di ciò si ha un’immediata controprova osservando che in altre regioni la società italiana non è in pace con il territorio per le stesse ragioni per cui non è in pace con la Costituzione.

Il paesaggio non è solo un artefatto sedimentato, ma è prima di tutto un principio morale da cui scaturiscono motivazioni, opportunità e vincoli. Abbiamo sacrificato questa semplice verità sull’altare di uno sterile economicismo. Sono vent’anni che discutiamo di competitività tra territori – anche a me è capitato di usare spesso questa formula – ma non c’è mai stata un’evidenza empirica degli effetti competitivi prodotti dalle policies più alla moda, né dai miracolosi piani di sviluppo locale. E’ evidente, invece, che la crescita e la decadenza dei territori sono determinate dalla qualità dei legami sociali dei cittadini che lì abitano, vivono e producono. Economisti e urbanisti sempre più affascinati dai paradigmi del liberismo anglosassone dovrebbero riflettere sull’origine delle rispettive discipline, cioè sui fondamenti concettuali che legano l’economia classica e i primordi dell’urbanistica alla migliore filosofia morale inglese dei vari Smith e Geddes.

Il legame tra ordinamento civile e trasformazione territoriale o più semplicemente – come detto nel titolo del nostro convegno – tra democrazia e paesaggio, non è retorico, né simbolico, né analogico. Si tratta di un nesso essenziale che pone in relazione due dimensioni certo diverse, ma regolate dalle stesse tensioni formali.  Nelle antinomie, infatti, si riconosce l’isomorfismo tra spazio fisico e sfera pubblica.

La prima è l’antinomia regolare/irregolare, di cui la città italiana costituisce la mirabile rappresentazione fisica. La sua bellezza, infatti, non è altro che il risultato di una tensione creativa tra l’ordine della struttura e l’eccezione architettonica.

La seconda è l’antinomia pubblico-privato che si esprime, ad esempio, nel capolavoro della piazza italiana,  in cui la ricchezza privata della facciata viene esaltata dalla singolare forma pubblica dell’allineamento.

La terza è l’antinomia innovazione-permanenza a cui si deve la sedimentazione di forme prodotta da una lunga dialettica storica tra il mutamento degli stili e la rielaborazione dell’eredità ricevuta dalle generazioni precedenti, che è il di più della città italiana rispetto a quella europea.  

La funzione costituente di queste tensioni si può esaminare anche nei casi negativi. Il paesaggio urbano italiano, infatti, è degradato quando quelle antinomie hanno smesso di vibrare e sono diventate mere separazioni. I termini che prima si confrontavano in una tensione creativa ora tracciano le linee di frattura dell’ordinamento spaziale. Basta fare un giro nella periferia romana per vedere la rappresentazione fisica della separazione tra regolare e irregolare nella incomunicabilità tra i palazzoni lineari dell’edilizia popolare e il magma edilizio delle borgate abusive. Analogamente la separazione tra pubblico e privato è alla base di quella patologia tutta italiana in cui convivono il massimo di regolazione burocratica e il minimo di controllo efficace delle speculazioni private. Infine, la scissione tra innovazione e permanenza è alla base del paesaggio postmoderno di certe zone ricche del paese in cui il kitsch si presenta come mera superfetazione dell’antico.

Ma queste linee di frattura del territorio non sono le stesse del sistema politico-istituzionale? Ecco il punto di contatto decisivo. Il berlusconismo non è altro che la decadenza di quelle antinomie in separazioni laceranti, nell’irregolare che travolge il regolare, nel privato che elimina il pubblico, nel nuovo che scaccia l’antico. C’è una profonda somiglianza tra ciò che è successo in Italia nelle forme politiche e nelle dinamiche territoriali. 

E allora quando diciamo, con una formula ormai entrata nel gergo amministrativo, fare Politica del Territorio indichiamo due compiti molto impegnativi da realizzare contemporaneamente. Si tratta cioè di riqualificare sia la Politica sia il Territorio.

Se vogliamo farci un’idea concreta della mutazione politica della Repubblica dobbiamo prima di tutto osservare la mutazione della geografia italiana. In questi ultimi decenni abbiamo assistito ad una vera rivoluzione territoriale. L’urbano è esploso nella campagna creando una galassia di piccoli nuclei edilizi senza struttura e senza forma. Le città sono uscite dai vecchi contenitori istituzionali perdendo così le sedi democratiche di governo. È una trasformazione, questa sì, davvero epocale del paesaggio urbano italiano che ha modificato assetti millenari ed ha travolto habitat peculiari. Pensiamo solo a che cosa sono oggi la pianura padana, il golfo di Napoli  e la riviera adriatica. Tutto ciò è avvenuto senza una cultura urbana moderna, senza istituzioni adeguate alla scala dei processi e senza infrastrutture di area vasta.

Ma direi di più: si è persa la connessione tra i nomi e le cose. Se dico Roma, Firenze, Milano, Napoli denoto oggetti geografici che oggi non hanno più nulla a che fare con le vecchie città cui quei nomi storici si riferiscono. Invece, certe piccole città si trovano ad avere due o più nomi per una sola conurbazione che ormai le congiunge. Oppure ci sono territori dispersi che sono cresciuti senza avere ancora una denominazione precisa. Senza nome non c’è istituzione.

Questa forma territoriale dispersa ha prodotto guasti sociali ed economici dei quali c’è ancora scarsa consapevolezza. Il traffico si è aggravato perché i residenti sono stati espulsi dai nuclei urbani ma sono costretti a recarsi in città per lavorare. La frammentazione degli insediamenti ha aumentato i costi di gestione delle reti dei servizi (acqua, luce, fogne, rifiuti, trasporti) con un aggravio sui bilanci pubblici di cui si parla poco, benché sia la causa strutturale della crisi fiscale dei grandi comuni. L’aumento dell’entropia insediativa ha determinato un’enorme dissipazione di energia che smentisce i buoni propositi sullo sviluppo sostenibile. Il bulimico consumo di suolo è segno di un profondo malessere della società italiana che si mangiato un territorio grande come quello dell’Umbria, pur avendo smesso di crescere sia in economia sia in demografia da circa venti anni.

Nel territorio si esprimono al massimo grado la povertà e la ricchezza del nostro Paese. E’ sotto gli occhi di tutti la scarsità delle infrastrutture e quindi la penuria di servizi rispetto agli standard europei. Nel contempo, però, il settore immobiliare è stato l’unico vero motore dello sviluppo economico degli ultimi  decenni e la fonte di arricchimento per i detentori di tutte le rendite piccole e grandi. L’esplosione dei valori immobiliari poteva fornire le risorse necessarie per realizzare le infrastrutture e quindi, per questa via, produrre ulteriore ricchezza territoriale, in un circuito virtuoso dalla rendita all’investimento. Invece, la rendita è andata tutta a vantaggio dell’acquisizione proprietaria determinando un impoverimento della collettività. E’ un problema antico in Italia ed è la causa principale della bassa qualità nella trasformazione novecentesca. Ma oggi il fenomeno dell’acquisizione privata della rendita immobiliare è esaltato dalla stretta connessione con la rendita finanziaria. L’economia di carta e di mattone costituisce un potente regolatore che sposta ricchezza a favore dei rentiers invece dei produttori, alloca risorse negli usi speculativi piuttosto che in quelli produttivi, favorisce l’acquisizione patrimoniale a discapito delle politiche dell’innovazione. La rendita immobiliare è scomparsa dal dibattito pubblico pur essendo diventata, tramite la sua integrazione con la finanza, una potenza molto più performativa che in passato. Green economy, sviluppo sostenibile, turismo, cultura, rischiano di rimanere indirizzi generici se non si spostano le risorse dalla rendita all’innovazione. L’acqua va dove trova la strada e finché rimane spianata quella dell’uso speculativo, mancheranno sempre le risorse per fare le politiche ambientali di cui  parliamo in questi convegni.

Dal territorio poteva venire un’energia positiva se non fosse stata dissipata nell’incontinenza patrimoniale. Il territorio poteva essere la piattaforma culturale per il salto dell’Italia nel nuovo mondo globalizzato. Solo per fare un esempio, a livello internazionale è in forte aumento l’investimento su restauro e beni culturali. Interi continenti stanno sviluppando queste attività, dall’America del Sud, all’Europa dell’Est, all’Africa del Nord e soprattutto la Cina. I restauratori cinesi si sono formati sul libro di Cesare Brandi – Teoria del restauro -  e molti hanno studiato in Italia. Tale patrimonio di saperi potrebbe costituire una sorta di brand italiano per tutte le imprese che lavorano in giro per il mondo in questo settore, che certo non sarà in recessione nei prossimi decenni e anzi potrebbe diventare una virtù italiana nell’economia internazionale.

Politiche di questo tipo sfuggono all’attenzione del dibattito pubblico corrente. L’approccio macroeconomico è assorbito dalle strategie finanziarie e non vede le opportunità di creazione di nuove filiere produttive. L’ossessione istituzionalista rinvia ogni cosa alla mitologia del federalismo ed elude la sostanza delle politiche pubbliche davvero innovative che sono spesso giocate proprio nell’intreccio nazionale-locale.

Negli anni ’90 abbiamo dato vita ad una grande stagione di politiche urbane applicando per la prima volta  alle città italiane le soluzioni consolidate da tempo nelle città europee. C’è stata una sorta di Maastricht urbana insieme a quella monetaria. Poi, abbiamo perso questo filone riformista e negli anni duemila è mancata l’occasione per fare delle città il vero elemento di forza della crescita italiana nel mondo. Oggi perfino i sindaci, figure così presenti nel dibattito politico, non riescono a portare il tema “città” all’interno del progetto strategico per il nostro Paese. E reagiscono a questa impotenza trasferendo solo la propria  immagine personale nel teatrino della politica mediatica nazionale.

Un ripensamento del riformismo urbano sarebbe quanto mai necessario e attuale. E dovrebbe riguardare i punti più dolenti della crisi. Laddove è il rischio è anche ciò che salva, il verso hölderliniano indica una traccia da seguire. Bisognerebbe lavorare sulle parole più controverse per far cadere il loro significato nel versante semantico più favorevole. Se dico “patrimonio” il pensiero va subito a possesso, rendita, corporativismo, cioè ai caratteri più negativi del nostro modo d’essere italiani. Ma “patrimonio” significa anche cittadini che si riconoscono in una città, in una condivisione di memoria culturale, nella rappresentazione di beni ricevuti in eredità dalle generazioni precedenti. E se dico “speculazione” il pensiero va appunto allo sfruttamento dissennato del territorio, ma “speculazione” viene da speculari cioè elaborazione intellettuale, ricerca di una soluzione mai pensata in precedenza.

Qui si colloca il crinale tra rendita e ingegno che costituisce una parte significativa dell’identità nazionale.  Tutta la nostra storia, in fin dei conti, si può riassumere in una sorta di tiro alla fune tra la rendita e l’ingegno, con la prevalenza della prima nei periodi di decadenza e del secondo nei grandi balzi in avanti. Ciò vale per i grandi cicli storici - dal Rinascimento alla fine del Seicento - ma vale anche per la storia repubblicana, dal miracolo economico al declino berlusconiano.

Anche la parola “territorio” è instabile, in quanto viene a trovarsi su quel crinale, e dovremmo fare attenzione a non banalizzarla, come una specie di notte buia in cui tutte le vacche sono nere. Questo convegno ha celebrato una ricorrenza importante: il decennale della firma della “Convenzione europea sul paesaggio”. Franco Farinelli ha osservato che quella Convenzione ha operato inconsapevolmente una trasformazione concettuale sostituendo la parola “territorio” con “paesaggio”. La prima viene dall’immaginario cartografico moderno e denota uno spazio in cui gli elementi sono separati nella rappresentazione e connessi solo dal progetto razionale. E’ il paradigma che guida l’azione e il pensiero dei pianificatori, degli economisti e dei politici e porta con se inevitabilmente un approccio autoritario, non fosse altro che per una rigida contrapposizione tra l’oggetto territoriale e il soggetto che vi opera. Tutto ciò  lo espone a quella riduzione delle antinomie in mere separazioni, cioè a quel movimento che abbiamo visto sopra come una dinamica di decadenza dell’ordinamento spaziale e politico. Al contrario, il paesaggio è una visione globale, è un’esperienza in cui il soggetto opera dentro l’oggetto, è un paradigma che respinge la tendenza alla separazione. In questo approccio organico le antinomie possono sprigionare tutte quelle tensioni creative - tra regolare e irregolare, tra pubblico e privato, tra innovazione e permanenza - che costituiscono la bella città.

Il paesaggio rivela la presenza di un legame sociale che mostra la potenza non disgiunta dalla responsabilità. Qualità del paesaggio è qualità della democrazia.

 Walter Tocci

La trovate in allegato oppure sul sito Crs http://www.centroriformastato.org/crs2/spip.php?article233