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Ecologisti Democratici / Congresso Ecodem / Il futuro ha un cuore verde. Relazione di Fabrizio Vigni


Il futuro ha un cuore verde. Relazione di Fabrizio Vigni

Pubblicato da il 29 giugno 2013

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“Eppure mi piace tutto questo futuro” (Ivano Fossati). E’ il verso di una canzone di Ivano Fossati che apre il documento preparatorio della nostra assemblea. Uno mi ha detto: ma siete matti? Ma come: siamo dentro una crisi mai vista e voi dite mi piace tutto questo futuro?

Non siamo impazziti. Vediamo gli effetti drammatici della crisi economica. Vediamo lo sfibramento – per non dire il collasso - del sistema politico italiano.

E siamo talmente poco ciechi che, a differenza di altri, vediamo anche la gravità delle crisi ambientali, a cominciare da quella climatica.

Sappiamo che non esistono soluzioni facili a problemi difficili. Sarà dura uscirne. Siamo dentro ad una sorta di tempesta perfetta: crisi economica, crisi della democrazia, crisi ambientali. C’è perfino il rischio – chi può escluderlo? - di scivolare in anni ancora più bui.

Eppure mi piace tutto questo futuro: non è solo una questione di stato d’animo, che pure conta. Se stai lì a piangerti addosso, neppure ci provi. Oltretutto, se non indichi una (ragionevole) speranza non si capisce neppure perché fai politica.

Ai nostri nonni era cascato il mondo in testa, eppure si rimboccarono le maniche, dopo la guerra, e nel giro di pochi anni ricostruirono l’Italia.

Ma non è solo una questione di stato d’animo. E’ una convinzione razionale. La convinzione che se ne può uscire, dalla crisi. A una condizione: di avere in testa una visione del futuro. E di saper vedere il futuro che già cresce intorno a noi.

Prendiamo tre notizie di questi primi mesi del 2013.

Prima notizia. Per un paio d’ore, domenica 16 giugno, in Italia le rinnovabili hanno soddisfatto il 100% della domanda di elettricità. Naturalmente è stato un picco limitato nel tempo. Ma siamo comunque ad oltre 600mila impianti di energia rinnovabile, che su base annua coprono il 33% per cento dei consumi elettrici. Solo pochi anni fa eravamo fanalino di coda, ora siamo ai primi posti nel mondo nel fotovoltaico. Chi l’avrebbe detto? Era inimmaginabile. Eppure è successo.

Seconda notizia. Succede che viene eletto un papa che sceglie il nome Francesco, e che piace alla gente perchè parla di sobrietà e semplicità. Intanto, pressati dalla crisi ma anche alla ricerca di diversi stili di vita, un numero crescente di persone cambia comportamenti, riduce gli sprechi, modifica i consumi. Non è passato un secolo da quando George Bush vinse le elezioni inneggiando alla ownership society (la società del possesso), e sentite cosa scrive invece ora Time: “’Un giorno volgeremo indietro lo sguardo indietro al 20° secolo e ci chiederemo: ma perché diavolo possedevamo così tanta roba?”. Mentre il Sole 24 ore (non Nuova ecologia!) scrive: “è l’ora del green life style , dello stile di vita ecologico”.

E succede - terza notizia - che un presidente americano di colore, 50 anni dopo Kennedy, va a Berlino, di fronte alla porta di Brandeburgo, e dice due cose come queste (che nei giornali italiani, naturalmente, finiscono di spalla alle dichiarazioni di Gasparri): primo, bisogna liberare il mondo dall’incubo atomico, cominciando con una prima drastica riduzione delle armi nucleari; secondo, contrastare i cambiamenti climatici prima che sia troppo tardi è la più grande sfida globale del nostro tempo.

Sono indizi di futuro. Un futuro possibile.

Concentrerò la mia relazione su pochi punti: la necessità di un green new deal; le nostre proposte per l’azione di governo; il congresso del PD e noi, gli ecodem. Per il resto rimando ai documenti preparatori di questa assemblea.

UN GREEN NEW DEAL

Il primo avversario da sconfiggere? Quelli che “ addà passà a nuttata”. Quelli che dentro la più grande crisi degli ultimi ottanta anni stanno lì a aspettare, che tanto prima o poi passa e si ricomincia a fare le cose di prima.

E’ stupefacente come non ci si renda conto che questa non è una crisi come le altre. Non è la fine del mondo. Ma è la fine di un mondo.

Dice il ministro dell’economia: è una crisi ancora più grave di quella del ‘29. Ma dalla crisi del ‘29 non ne uscirono ricominciando a fare le stesse cose di prima. Cambiarono rotta. Ci fu il new deal.

Anche a sinistra ancora in tanti pensano che, ma sì, vedrai che alla fine risolviamo tutto con le ricette di prima. Qualcuno con ricette in salsa più socialdemocratica, altri in salsa più liberale. Ma grosso modo le stesse ricette di prima.

Sentivo dire dal nostro partito in campagna elettorale: “un po’ più di lavoro, un po’ più di equità”. Capisco il realismo. Lo apprezzo. Ma Roosevelt non è che disse “Un po’ di new deal”.

Il cambiamento che dobbiamo indicare è profondo. Con una visione del futuro in testa. Con le parole giuste per raccontarlo e per suscitare almeno un po’ di speranza. Poi lo costruiremo per gradi. Passo dopo passo, con realismo. Questo è il riformismo. Ma riformismo non è moderatismo. E la crisi che viviamo non può essere affrontata né con le tradizionali ricette della sinistra del ‘900, né con un approccio moderato o subalterno al neoliberismo.

La sinistra non può essere conservatrice, né timida, né moderata. Deve essere coraggiosa e radicalmente innovativa.

Dalla crisi del 1929 l’America uscì (molti anni dopo) con il new deal. Oggi se ne esce solo con un green new deal.

Se questa relazione fosse un film, a questo punto scorrerebbe un flash back.

Roma, 2007. Il giorno in cui nascono gli ecodem, prima ancora del PD. Titolo dell’incontro: “un new deal ecologico”. Di green new deal a quel tempo non parlava nessuno, e la crisi non era ancora scoppiata. Visto che poi parlerò abbastanza male anche dei nostri difetti, possiamo rivendicare il fatto di aver annusato con un po’ di anticipo come stava girando il mondo?

Un green new deal. L’unico modo per affrontare contestualmente le due crisi – quella economica e quella ambientale.

E per provare a girare il mondo nel verso giusto bisogna fare tre cose.

Primo. Riformare la finanza, regolare i mercati.

Secondo. Contrastare le crescenti disuguaglianze sociali.

Terzo. Imboccare la strada dello sviluppo sostenibile. Una modernizzazione ecologica dell’economia che consenta di produrre ricchezza e benessere con meno consumo di energia e materia, meno inquinamento, maggiore efficienza. Una terza rivoluzione industriale nel segno dell’innovazione ecologica.

La green economy è la leva per promuovere questo cambiamento. Green economy – quante volte dovremo ricordarlo a chi pensa che consista nell’appiccicare qualche pannello fotovoltaico sull’economia tradizionale? – è una forma di organizzazione dell’economia sostanzialmente diversa da quella che ha dominato finora il pensiero economico. La green economy non è un settore dell’economia. Green economy significa innovazione ecologica in tutti i settori industriali, nei servizi, nell’agricoltura. In tutta l’economia.

Fino al punto che ciò che oggi chiamiamo green economy un giorno dovrà essere, semplicemente, l’economia.

Green economy è l’uso efficiente non solo dell’energia ma anche della materia. Hanno chiesto ai più importanti manager industriali inglesi: qual è la vostra principale preoccupazione per i prossimi anni? Risposta prevalente: “la disponibilità di materie prime”. E’ chiaro perché quando si parla di riciclo non si parla semplicemente di come gestire i rifiuti ma anche di una sfida decisiva di politica industriale?

Noi, da ambientalisti, non vogliamo un paese che vive solo di paesaggio e di turismo. L’Italia deve restare un grande paese industriale. Ma allora c’è bisogno di una politica industriale integralmente ecologica (come aveva felicemente scritto il PD negli sfortunati e troppo presto accantonati 8 punti del dopo elezioni). Ce lo ricorda anche la drammatica vicenda dell’Ilva.

L’economia verde è la prima delle due gambe su cui cammina un green new deal.

L’altra gamba si chiama green society. Diversi stili di vita. Un cambiamento culturale.

Forse sta davvero cambiando lo spirito del tempo. Fino a ieri appariva vincente un’idea vorace del benessere. Consumare, consumare, consumare. Di più, di più, di più.

Ora comincia a diffondersi un’idea diversa, più sobria, del benessere. Si può vivere meglio anche consumando di meno, ma in maniera più intelligente.
Non è la decrescita, è l’idea di uno sviluppo a misura d’uomo. Non è nostalgia del passato, è un’idea modernissima. Non è pauperismo, è una visione più intelligente del benessere.

Majakovskij scrisse: “socialismo si, ma con l’ascensore”. Potremmo dire: “ambientalismo si, con più benessere”.

Economia verde e società ecologica: un green new deal. Questo dovrebbe essere l’orizzonte delle politiche europee. Che devono cambiare, e in fretta. L’austerità di bilancio divenuta dogma ideologico ci ha portato in un vicolo cieco. Nel pozzo della recessione.

Abbiamo bisogno di politiche di sviluppo.

La soluzione non è certo la decrescita (che oltretutto si sta rivelando tutt’altro che felice).

Ma all’idea della decrescita non si può contrapporre una vecchia idea di crescita quantitativa illimitata. Né ignorare la crescente domanda di dare un altro senso allo sviluppo, di cambiar rotta rispetto alla distruzione delle risorse naturali, alla follia dell’obsolescenza programmata delle merci, alla nevrosi del consumismo esasperato.

La domanda vera è: quale crescita vogliamo? Cosa deve crescere?

Ci sono cose che devono crescere, e altre che devono ridursi.

Deve crescere la riqualificazione edilizia, e ridursi il consumo di suolo. Devono crescere le energie rinnovabili, e ridursi l’utilizzo dei combustibili fossili. Deve crescere il trasporto sui mezzi pubblici, e ridursi la congestione delle città. E così via.

Insomma: né la decrescita, né un vecchio modello di crescita. Siamo prigionieri di un vecchio vocabolario. Giampaolo Fabris, non riuscendo a coniare un termine diverso, l’aveva chiamata- nel titolo di un bel libro in grande sintonia con la nostra visione delle cose - “la società post crescita”.

Una nuova economia ecologica per una crescita verde. Non è solo quella che più ci piace. E’ l’unica possibile.

D’altra parte: come si fa ripartire l’economia? Puntando tutto sulla ripresa dei consumi privati? Tantopiù in un paese come il nostro – segnato dal contrasto tra ricchezza privata (seppur distribuita in maniera diseguale) e miseria pubblica - bisogna puntare su investimenti legati all’ambiente, servizi di pubblica utilità, beni comuni, qualità della vita, cultura.

Un’economia a misura d’uomo. Uno sviluppo da misurare, più che con il rozzo termometro del PIL, con indicatori - come ha proposto l’Istat - del benessere equo e sostenibile (BES).

Noi queste idee vorremmo piantarle ben salde nel progetto politico del PD.

Viviamo un tempo triste: una politica con poche idee e senza pensieri lunghi (e a volte neppure corti). Ancora più grave dei deficit di bilancio, un po’ in tutta Europa, è il deficit di idee innovative e di visione del futuro. In Italia è ancora peggio.

Bene. Qui c’è un’idea. E’ quella di un green new deal. Un’idea forte. Un’idea di civilizzazione. Un orizzonte verso cui muoversi.

A pensare che nei prossimi mesi – verso il congresso del PD - rischiamo di leggere ogni mattina solo di schermaglie sulle regole, di correnti e candidati, viene da piangere. Vogliamo provare a discutere anche di cosa succede nel mondo? Vogliamo confrontarci sulle idee migliori per uscire dalla crisi? Noi, per parte nostra, questa idea, una delle più forti e moderne che vi siano in circolazione – l’idea di un green new deal per uscire dalla crisi – la piantiamo ben salda.

LA VIA ITALIANA ALLA GREEN ECONOMY. LE PRIORITA’ DI GOVERNO.

Siamo tenacemente convinti – l’abbiamo detto mille volte – che c’è una via italiana alla green economy.

E’ l’idea che nel nostro paese la rivoluzione tecnologica e produttiva legata all’economia verde può innestarsi su vocazioni che vengono dalla nostra storia, su un patrimonio ambientale e culturale di grande valore, sulla bellezza del paesaggio e delle città d’arte, sulle produzioni di qualità, sui territori. E’ l’Italia che fa l’Italia.

E’ l’Italia che dà il meglio di sè quando intreccia l’economia con l’ambiente, l’innovazione con la tradizione, la tecnica con l’arte, il manufatto con il design. E’ l’Italia che filtra e rielabora attraverso la propria cultura le cose che vengono dal mondo.

Umberto Eco lo ha raccontato, una volta, con un esempio niente male. Il pomodoro non era un prodotto della nostra terra. Arrivò dall’America. Noi, filtrandolo attraverso la nostra cultura, abbiamo fatto la pummarola, loro il ketchup. E onestamente non c’è partita.

Una via italiana alla green economy. Già oggi, quando si parla di green economy, si parla di una realtà che sta crescendo a vista d’occhio. Una sfida verso l’innovazione che coinvolge decine di migliaia di imprese in tutta Italia e in tutti i settori – dall’energia alla chimica verde, dall’edilizia ai trasporti, dal turismo all’agricoltura, dalla ceramica al tessile. Questa è la buona notizia.

Le cattive notizie sono due.

Una è che le imprese che scommettono sulla green economy devono ogni giorno affrontare mille ostacoli, dalle difficoltà di accesso al credito alle lentezze burocratiche, fino alle incertezze normative.

L’altra è che l’Italia continua ad avere un sacco di problemi ambientali irrisolti. Dalla piaga delle ecomafie all’abusivismo edilizio e alle ferite al paesaggio, dalla congestione del traffico all’inquinamento nelle città, dal dissesto idrogeologico al consumo di suolo, fino alla gestione dei rifiuti in condizioni di drammatica arretratezza in molte parti del paese.

Abbiamo dunque bisogno di un governo che faccia della green economy e dell’ambiente una priorità.

Sappiamo di poter contare sull’impegno del ministro dell’ambiente. Andrea Orlando già in queste prime settimane ha affrontato molto bene, con efficacia e determinazione, una serie di emergenze, e ha indicato obiettivi pienamente condivisibili. Avrà tutto il nostro sostegno.

Ciò detto, è evidente che da un governo con una maggioranza così anomala e dalla vita così incerta – un governo frutto di una situazione eccezionale, che una volta esauriti i propri compiti dovrà riconsegnarci una limpida alternativa tra destra e sinistra - non possiamo aspettarci grandi rivoluzioni.

Dobbiamo provare, però, a cogliere questa opportunità di governo. Provare a dettare l’agenda.

Con proposte (faccio riferimento ai nostri 10 punti, ed al documento firmato da più di 100 parlamentari) che riguardano non solo le politiche ambientali in senso stretto – da provvedimenti legislativi sul consumo di suolo al dissesto idrogeologico, da una azione di semplificazione normativa che deve essere accompagnata da una riforma del sistema dei controlli ambientali, dai parchi ai reati ambientali – ma anche le politiche industriali, fiscali, per l’energia, per l’agricoltura, per i trasporti, insomma un po’ tutte le politiche di governo.

La green economy, in Italia, è cresciuta nonostante l’assenza di politiche pubbliche.

Ci sono state solo singole misure. Spezzoni di politiche. E quando ci sono state i risultati si sono visti. E’ il caso degli incentivi per l’efficienza energetica in edilizia.

Non è un caso che il primo vero provvedimento per l’economia del governo Letta sia stato proprio la proroga degli ecobonus. Noi proponiamo di rendere permanente gli incentivi, di finalizzarli ancora meglio all’efficienza energetica degli edifici, di estenderli alla sicurezza antisismica. Ma è già importante la proroga di una misura che, vorrei ricordarlo, abbiamo inventato noi. Una misura che ha dato buoni risultati da tutti i punti di vista: 50mila posti di lavoro all’anno, un milione e mezzo di interventi sul patrimonio edilizio, lavoro per le piccole e medie imprese, contrasto all’evasione fiscale, risparmio energetico, risparmi sulle bollette, meno emissioni.

Singole misure. Ma non ci sono mai state efficaci, coerenti, sistematiche politiche pubbliche. Servirebbero, soprattutto, politiche industriali e fiscali capaci di orientare l’economia verso un orizzonte green.

Rimando all’insieme delle nostre proposte. Mi limito a sottolinearne alcune:

Le politiche industriali. Serve, sulla scia di “Industria 2015”, un piano “Industria 2020”. Un piano di politica industriale per promuovere ricerca, innovazione, investimenti connessi all’innovazione ecologica nei settori strategici.

La fiscalità ecologica. L’obiettivo è una riforma organica. Ma perché non cominciare, ad esempio, in materia di IVA, a diversificare le aliquote per incentivare il mercato dei prodotti del riciclo?

Le politiche per i servizi pubblici locali: rifiuti, acqua, trasporti. Da qui passa non solo la qualità ambientale, ma anche la possibilità di investimenti di cui il paese ha grande bisogno, dagli acquedotti alla depurazione, dagli impianti per il trattamento ed il recupero dei rifiuti al rinnovo del parco autobus.

L’energia. Rivedere la strategia energetica nazionale, ma sopratutto tradurla in politiche concrete, a cominciare da un piano per l’efficienza energetica. E rendere l’Italia protagonista dell’impegno europeo e globale per il clima.

La difesa del suolo. Dare attuazione agli impegni indicati dalla mozione approvata proprio nei giorni dalla Camera. Consentire agli Enti Locali di fare investimenti per piccole opere e per la manutenzione del territorio al di fuori del vincolo del patto di stabilità.

Sono priorità che hanno tra l’altro un comun denominatore: creare lavoro. Noi valutiamo che sia possibile attivare, tra nuovi posti di lavoro e riconversione di attività esistenti, almeno un milione di posti di lavoro legati all’ambiente.

Le risorse sono scarse, lo sappiamo. Nè si può in ogni caso pensare di far tutto con gli investimenti pubblici. Ma quando le vacche sono magre, a maggior ragione bisogna scegliere.

Sugli F35 non voglio fare facile demagogia. Anche la difesa ha dei costi. Ma la migliore difesa per la sicurezza degli italiani non è intanto metterli un po’ di più al riparo da frane e alluvioni, rinunciando a qualche cacciabombardiere? Mettere in sicurezza i bambini in quelle scuole che alla prima scossa di terremoto altrimenti vengono giù?

Mi fermo qui, rimandando all’insieme delle nostre proposte. E annunciando che in autunno promuoveremo un appuntamento di carattere programmatico.

IL PD CHE VOGLIAMO

Noi l’abbiamo voluto con particolare convinzione, il PD. Sentivamo che le vecchie carte geografiche non erano più sufficienti per navigare in mezzo alle sfide del nuovo secolo. Pensavamo che c’era bisogno non semplicemente di sommare DS e Margherita, ma di dar vita ad un partito nuovo – il riformismo del nuovo secolo – che avesse anche un forte profilo ecologista.
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Se guardiamo al PD com’è, cinque anni dopo, non c’è da fare salti di gioia. Non somiglia granchè al PD che volevamo.

Volevamo un PD che non fosse una somma di ex, troppo spesso invece abbiamo visto il riprodursi, per inerzia, dei partiti di provenienza.

Volevamo un PD con un profilo ecologista e ci ritroviamo, se mi consentite l’ignobile gioco di parole, con un PD egologista. E’ solo una consonante, ma fa una bella differenza. Io, io, io. Un panorama di derive narcisistiche da dar lavoro a intere truppe di psicanalisti per i prossimi vent’anni.

Volevamo un partito che non fosse un partito “personale”. E il PD non lo è, a differenza di quasi tutti gli altri. Questo è un grande merito. Poi però al suo interno – bel paradosso- ha correnti personali, perfino nelle denominazioni.

Volevamo un partito con i piedi nella società e lo sguardo verso il mondo reale, abbiamo un partito troppo spesso autoreferenziale e con lo sguardo sul proprio ombelico. Dominato da forze centripete. Che ad esempio sprigiona paradossalmente più energie nelle competizioni interne – le primarie – anziché nella competizione elettorale vera.

Si vuole una società che premi il merito e il talento; ma poi dentro il partito fai strada se sei in qualche corrente; altrimenti, anche se ti chiami Barack di nome e Obama di cognome, è dura.

Devo continuare? Non è tafazzismo. E’ chiamare le cose con il loro nome. Lo diciamo perché al PD, nonostante tutto, vogliamo bene. Perché continuiamo a pensare che senza un vero, grande, moderno partito riformista l’Italia non ce la fa. Perché vogliamo continuare a scommettere sul progetto del PD.

Proprio per questo guardiamo in faccia i problemi.

Da tempo non riusciamo ad essere in sintonia con il paese, né all’altezza delle sfide e del cambiamento necessario.

Il PD, come l’intero sistema politico italiano, non ha solo un problema di identità – legata ai programmi e alla cultura politica – ma, agli occhi di milioni di italiani, anche di credibilità. E quando non ti fidi più di qualcuno, ciò che egli dice diviene secondario: il problema è che non gli credi.

Il PD è nato tardi e cresciuto storto. Ma ha ancora la possibilità di essere il perno dell’Italia che verrà. A condizione che sappia rigenerarsi. Una rifondazione del PD. Questo – non altro - dovrà essere il tema del prossimo congresso.

Non mi appassiona la discussione sulle regole. Deve essere un congresso aperto, partecipato. Mi piace l’idea di un percorso che cominci dal basso. Il congresso non può esaurirsi nell’andare a votare, una domenica, il candidato preferito. Ci deve essere la possibilità per ciascuno di poter dire la sua sul progetto politico. Noi ci saremo. Con le nostre idee. Per farle pesare.

O il congresso del prossimo autunno prende di petto le due questioni cruciali – primo, il profilo politico e programmatico del PD, la sua identità; secondo, la forma del partito e una diversa ecologia della politica – oppure non ce la faremo.

Quanto alla prima questione – l’identità del PD – dico la mia opinione ponendovi una domanda.

Ognuno di voi provi a chiedersi: chi sono (politicamente, si intende)? Nessuno probabilmente darebbe la stessa definizione di sè che avrebbe dato 10 o 20 anni fa.

Parlo per me: chi sono? Vediamo un po’.

Sono uno che pensa che lo Stato deve regolare il mercato e orientare l’economia, che le politiche pubbliche devono promuovere occupazione, welfare, redistribuzione del reddito. Obiettivi che hanno caratterizzato le politiche socialdemocratiche in Europa. Ma al tempo stesso penso che molte vecchie ricette della sinistra non funzionano più.

Sono uno che pensa che la società italiana abbia bisogno di riforme liberali (non liberiste: liberali). Più valore al merito, più concorrenza, meno corporazioni, meno burocrazia. Ma al tempo stesso penso che riproporre oggi ricette neo blairiane non farebbe i conti con le lezioni della crisi.

Penso che il solidarismo e la sussidiarietà siano linfa vitale per una società capace di auto organizzarsi, ma non potrei certo definirmi un cattolico democratico.

Penso che la sfida più grande del nostro tempo sia quella ambientale, che il futuro deve avere un cuore verde, ma mi sento lontano anni luce da certe forme di ambientalismo minoritarie e fondamentaliste.

E allora, chi sono? Risposta: sono un democratico. Per questo pensavo di sentirmi a casa mia, nel PD. Il guaio è che ancora il PD non è la casa che volevamo, quando pensavamo ad una sintesi innovativa di culture politiche diverse - socialiste, ecologiste, liberali, cattolico-democratiche. Con il congresso deve ripartire la costruzione di quella casa.

L’altra questione da prendere di petto è la natura del partito.

Un mix di anarchismo e feudalizzazione, ha detto Bersani. Fotografia fin troppo gentile. E non si dica, per favore, che le degenerazioni correntizie sono solo un problema del quartier generale. Roma cattiva, territori buoni? Ma per favore: in giro per l’Italia non è meglio, tra capi e capetti, fazioni e cordate.

All’ultima assemblea nazionale Rosy Bindi ha detto: scagli la prima pietra chi non ha fatto una corrente. Eccoci qua. Alziamo la mano. Non la tiriamo, la pietra, solo perché siamo educati. Noi non l’abbiamo fatta, una corrente. Siamo andati controcorrente.

Perché? Perché non ci piaceva l’idea di un partito organizzato per correnti rigidamente strutturate. Pensavamo che sarebbe finita male. E non ci sbagliavamo.

Non l’abbiamo fatta, in secondo luogo, perché volevamo sperimentare una forma associativa aperta – anche a chi non è iscritto al PD - che offre uno spazio di impegno politico e costituisce un ponte verso la società.

Non ci pentiamo. Però abbiamo pagato un prezzo salato. Siamo stati tra i pochi che al PD come partito nuovo ci hanno creduto davvero e questo, non di rado, ci ha messo “fuorigioco”. Dopo le ultime nomine della commissione congressuale e della segreteria abbiamo letto sui giornali: tutte le correnti sono rappresentate. Le correnti, si; ma le culture politiche no.

Ora basta. Siamo stufi. Ogni limite ha una pazienza, avrebbe detto Totò.

Al PD poniamo due domande.

La prima è semplice: chi in questo partito è portatore di una cultura politica ma non vuole farsi corrente ha diritto di cittadinanza o no?

La seconda. In tutti i paesi occidentali si assiste da tempo ad una forte crescita di attenzione e di sensibilità attorno ai temi ambientali. Crescono stili di vita orientati a comportamenti ecologicamente sostenibili, mentre attorno alla green economy prende corpo una nuova economia, fatta di migliaia di imprese e nuove professioni. Sono valori, interessi, culture che chiedono rappresentanza politica. Domanda: il PD vuole considerare tutto questo parte essenziale del proprio progetto politico o no?

Dal prossimo congresso ci aspettiamo risposte chiare e inequivocabili.

Uso un’espressione che non mi piace, ma ci sono momenti in cui bisogna farsi capire: sì, questo può anche essere considerato un ultimatum.

O le cose cambiano oppure sarà difficile anche per chi come noi pure porta scolpita in testa quella celebre frase di Weber - ha vocazione per la politica chi sa dire, anche di fronte alle avversità peggiori “non importa, continuiamo” - continuare a trovare le motivazioni per andare avanti.

Non snatureremo il carattere della nostra associazione. Ma d’ora in poi dobbiamo mettere in campo più protagonismo. Farsi sentire, e rispettare.

Siamo ad un punto di svolta anche della nostra storia. Le ragioni per cui sono nati gli ecodem - far crescere la cultura ambientalista dentro il più grande partito del centrosinistra italiano; contribuire ad una evoluzione ed una maturazione dell’ambientalismo italiano - sono ancora vive.

Altri, che con noi avevano fondato gli ecodem e condiviso lo stesso percorso, hanno fatto un’altra scelta, quella di costruire un nuovo soggetto politico. Una scelta che rispetto. Ma noi che siamo qui non riteniamo affatto tramontata – nonostante tutte le difficoltà – la possibilità e la necessità di dare al PD un più forte profilo ecologista.

Noi non ci arrendiamo. Siamo tenaci. Perché pensiamo che il PD non sarà il partito del nuovo secolo se non avrà nel cuore le ragioni dell’ambiente e dell’economia verde, e che non può delegarne ad altri la rappresentanza. E perché se il più grande partito della sinistra italiana non fosse capace di camminare verso questa nuova frontiera sarebbe un guaio per l’ambiente, e un guaio per l’Italia.

La scommessa per la quale siamo nati va proseguita e rilanciata. Ma bisogna prendere atto che un’intera fase della nostra esperienza si è chiusa. Anche per noi serve un nuovo inizio.

In questi anni abbiamo seminato buone idee e cultura politica. Ci siamo battuti per costruire un moderno ambientalismo capace di far cadere il muro tra ecologia e economia.

Abbiamo avuto un ruolo essenziale nel far crescere la sensibilità verso l’ambiente nel PD, facendogli assumere posizioni chiare e vincenti come in occasione del referendum sul nucleare.

Abbiamo dato vita, con 200 circoli in tutta Italia, ad un esempio concreto di come un partito può essere affiancato da forme innovative, flessibili e aperte, di partecipazione politica.

Ma non possiamo nasconderci né le nostre inadeguatezze, né gli errori compiuti.

Tra gli errori metto anche quello di non aver avuto abbastanza coraggio e fiducia in noi stessi. Anziché giocare le partite da protagonisti ci siamo trovati più d’una volta, per scelta o per necessità, a giocarle da gregari. La contraddizione non la sciogliamo facendosi corrente, ma mettendo in campo un maggior protagonismo politico.

Più fiducia in noi stessi. A cominciare dalla nostra visione dell’ambientalismo.

Anche per la casalinga di Voghera (che non c’è più) ormai la parola “ambiente” non fa pensare solo alla tutela del panda, ma anche ad un volano per l’economia. Ma se la casalinga di Voghera (che non c’è più) sente la parola “ambientalisti”, è molto probabile che associ il termine all’idea di “quelli che dicono no”.

Non riapro discussioni già fatte. Ci siamo definiti, strada facendo, come gli ambientalisti del si, in altre occasioni come gli ambientalisti del fare. Lasciamo stare le definizioni. La politica è fatta di si e di no. Anche l’ambientalismo deve saper dire no, tutte le volta che serve.

Il punto è un altro. E’ che niente fa più male alle buone ragioni dell’ambiente di un certo ambientalismo minoritario, prigioniero di sindromi nimby e capace solo di dire no a tutto.

Non c’è un solo ambientalismo. C’è un ambientalismo catastrofista, che cavalca e esaspera paure irrazionali, che cavalca tutti i no: non è il nostro. C’è l’ambientalismo delle sindromi nimby, che guarda solo al proprio giardino: non è il nostro. C’è una versione populista dell’ambientalismo: soluzioni semplicistiche a problemi complessi, demagogie che solleticano la pancia ma non risolvono i problemi. Non è il nostro.

Il nostro è un ambientalismo che non si limita a denunciare i problemi ma costruisce le soluzioni. E’ un ambientalismo riformista. Se vogliamo fare dell’ambiente la bussola che guida il cambiamento dell’economia e della società, l’ambientalismo deve unire pragmatismo e visione del futuro, radicalità e cultura di governo.

Siamo aperti al confronto con tutti. Ma forti della nostra visione dell’ambientalismo. Senza timidezze. Senza rincorrere nessuno. Senza aver paura che qualcuno appaia più ambientalista perché la spara più grossa.

Un’ultima cosa. Dobbiamo estendere il radicamento dell’associazione. Rafforzare l’iniziativa dei circoli sui problemi ambientali in ogni parte del paese. Rinnovare il gruppo dirigente dell’associazione. Valorizzare il ruolo dei parlamentari ecodem – che sono un numero significativo - e degli amministratori locali.

Fare gioco di squadra. Cos’è il gioco di squadra? Guardate questo breve video. http://youtu.be/5RXX-PiifXY E’ una lezione di Julio Velasco ad un gruppo di manager. Ma vale perfettamente anche per un’associazione o un partito.

Facciamo gioco di squadra. E teniamo alta una bandiera che ci è cara: quella dell’ecologia della politica. Che si declina con tante parole: onestà, trasparenza, legalità. Io ne voglio sottolineare una, di parole, che non viene usata spesso: dovere. Senso del dovere. Etica della responsabilità. Da cittadino hai dei doveri. E se hai un ruolo politico ancora di più.

Qui con noi, oggi, ci sono Stefano Pisani, sindaco di Pollica, e Antonio Vassallo, figlio di Angelo. Angelo Vassallo era stato tra i fondatori degli Ecodem nel Cilento. Ha detto la moglie: “Non voglio che venga ricordato come un eroe. Non lo era. Era solo un sindaco, una persona che amava la sua terra e voleva difenderne il territorio. Faceva il suo dovere perché era per quello che la gente lo aveva eletto. Ed è quello che dovrebbero fare tutti”.

FABRIZIO VIGNI

Guarda il video dell’intervento su Youdem.tv